Chiunque si trovi ad utilizzare la tastiera di un computer od una macchina da scrivere tende a sviluppare una propria tecnica di battitura, tanto più efficace quanto maggiore è il numero di dita utilizzate.
Per avere un’idea di che differenza intercorra tra un approccio ipodigitale ed uno octopodico c’è chi ha fatto dei test e messo a confronto alcune dei metodi più diffusi, rappresentando i risultati in semplici grafici.
In essi, ciascuna delle linee rappresenta il numero totale di movimenti diretti tra coppie di tasti, con spessore maggiore per quelli più ripetuti, e colorate di rosso alle estremità raggiunte con maggiore frequenza a partire dagli altri tasti.
Tralasciando la tecnica ad un dito solo, con le sue circa 2500 traiettorie uniche ed una distanza media di tre tasti e mezzo, e quella a due dita, in cui i passaggi verso la barra spaziatrice sono degni dei viaggi di Odisseo, è interessante notare come l’approccio forse più diffuso, che prevede l’uso dei due indici a cui si aggiungono i pollici dedicati alla barra spaziatrice, non sia poi così male.
In questo caso infatti la distanza media è di un tasto e mezzo, quindi abbastanza efficiente.

La tecnica che sto tuttora imparando, chiamata touch typing, consiste nello scrivere senza guardare la tastiera, utilizzando tutte le dita e partendo da posizioni fisse, a cui si fa ritorno dopo aver premuto altri tasti.
Con solamente circa 50 movimenti unici da memorizzare da parte di cervello e muscoli ed una velocità potenziale decisamente elevata, è forse la scelta migliore per chi vuole migliorare le proprie capacità dattilografiche.
Tra i software più utili per imparare consiglio GNU Typist (essenziale, ma è quello che preferisco) e KTouch…
(via FlowingData)




Henrietta, e la sua vita dopo la morte…
Il medico che la visitò notò che la massa era diversa da tutte le altre viste finora, e prelevò un campione di tessuto che fece analizzare da uno scienziato di nome George Otto Gey.
Quello che Gey scoprì era che quelle cellule mostravano un ritmo di crescita ed una capacità di sopravvivere in vitro impressionanti.
Aveva isolato la prima linea cellulare umana immortale.
Questa linea cellulare, a cui è stato dato il nome HeLa, dalle iniziali della Lacks, esiste ancora oggi, sebbene lei sia morta da più di sessant’anni, ed è uno degli strumenti più potenti utilizzati nella ricerca medica: dallo sviluppo del vaccino contro la polio, alla ricerca sul cancro, agli studi di genetica (qui una bella infografica di Wired).
Buona parte delle ricerche che hanno portato al conseguimento dei più recenti premi Nobel per la medicina includevano l’utilizzo delle cellule HeLa.
Ed il giro d’affari ad esse legato è enorme.
Tuttavia il nome di Henrietta Lacks è rimasto pressochè sconosciuto per molto tempo.
Il motivo è che le sue cellule sono state prelevate senza informarla o senza chiederle il consenso.
Anche il marito ed i figli hanno scoperto solo vent’anni dopo la sua morte che lei era in qualche modo “ancora viva”, e che l’industria multimilionaria che lei aveva contribuito a fondare non aveva condiviso con loro alcun profitto.
La storia di Henrietta e della sua famiglia viene ora raccontata nel libro “The Immortal Life of Henrietta Lacks” di Rebecca Skloot, in cui vengono affrontati temi come la sperimentazione sugli afroamericani e sulla loro difficoltà di integrazione, la mancanza di informazione medica, la bioetica ed i diritti che abbiamo sul nostro materiale biologico (un buon esempio di quanto questo argomento sia delicato è il caso Moore v. Regents of the University of California).
Qui (oh signùr, sto linkando Oprah) potete leggere un estratto del libro.